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domenica 19 novembre 2017

USTICA: Cronologia di una strage




Il Tribunale, ricostruendo i fatti accaduti la sera del 27 giugno 1980, ha ritenuto responsabili i ministeri per non avere garantito la sicurezza del volo Itavia, ma anche per l’occultamento della verità, con depistaggi e distruzione di atti. Secondo la sentenza si può “ritenere provato che l’incidente occorso al DC9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il DC9”.




Cronologia dei fatti.


27 giugno 1980. Ore 20,59 e 45 secondi. Scompare dagli schermi radar del Centro di controllo di Roma Ciampino [guarda il tracciato] un DC9 della compagnia Itavia, matricola I-TIGI, nominativo radio IH-870, in volo a 25.000 piedi lungo l’aerovia Ambra 13. L’aereo, con a bordo 77 passeggeri, tutti di nazionalità italiana, e 4 membri dell’equipaggio [lista dei passeggeri], era decollato con due ore di ritardo, alle 20,08, dall’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna; alle 21,13 doveva atterrare allo scalo siciliano di Palermo Punta Raisi. L’ultima “battuta” registrata dai radar è sul mar Tirreno, a nord dell’isola di Ustica, nel punto “Condor” delle carte aeronautiche.

27 giugno 1980. Ore 22,39. Il Centro di controllo di Roma Ciampino chiama l’attaché militare dell’Ambasciata americana di Roma per verificare se in volo o in mare ci sono mezzi statunitensi. [Ascolta l’audio della telefonata]

28 giugno 1980. Ore 7,25. In fortissimo ritardo rispetto all’inabissamento del DC9, un elicottero individua una vasta macchia scura di combustibile. Circa quattro ore dopo l’incrociatore della Marina Militare Andrea Doria recupera i primi cadaveri: in tutto affioreranno dal Tirreno solo 39 corpi su 81. Più tardi giunge alla redazione romana del Corriere della Sera una telefonata anonima di rivendicazione a nome dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) in cui si afferma che a bordo del DC9 si trova Marco Affatigato, un terrorista di estrema destra, latitante, legato al Sismi. La notizia verrà smentita l’indomani e classificata come un depistaggio. Alle 18 si diffondono le prime ipotesi sulla caduta dell’aereo: cedimento strutturale, improvvisa anomalia nei valori di pressurizzazione o collisione in volo. La compagnia Itavia viene accusata di far volare “aerei carretta”. Il ministro dei Trasporti Rino Formica nomina una Commissione d’inchiesta alla cui guida viene chiamato il direttore dell’aeroporto di Alghero, Carlo Luzzatti. Il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico italiano, mostra una fotocopia di un tracciato radar al ministro Formica da cui emerge che il DC9 ha avuto un impatto con un missile, un meteorite o con un altro oggetto.

2 luglio 1980. Il Consolato libico a Palermo pubblica sul quotidiano cittadino “L’Ora” un singolare necrologio: “Il Consolato Generale della Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista partecipa sinceramente al dolore che ha colpito i familiari delle vittime della sciagura aerea di Ustica e manifesta tutta la sua solidarietà al Presidente della Regione e al Presidente dell’Ars per questo grave lutto che ha colpito la Sicilia”.

3 luglio 1980. La Procura di Roma riceve gli atti da Palermo e apre un fascicolo sul disastro affidato al pm Giorgio Santacroce.

8 luglio 1980. Il Ministro dei Trasporti Rino Formica riferisce al Senato che allo stato delle indagini è esclusa la collisione in volo con un altro velivolo, la presenza di aerei militari nelle vicinanze del Dc-9 o di altre tracce sconosciute e che fosse in corso un’esercitazione. [Leggi il resoconto stenografico]

18 luglio 1980. Sulle montagne della Sila in Calabria vengono rinvenuti i resti di un MiG 23 libico. Il cadavere del pilota è in avanzato stato di decomposizione tanto da far pensare che l’aereo sia caduto almeno venti giorni prima. Verosimilmente il MiG riuscirà a violare lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo è in corso un’imponente esercitazione della Nato denominata “Natinad Demon Jam V”.

23 settembre 1980. L’Aeronautica militare e le autorità libiche costituiscono una commissione d’inchiesta sull’incidente del Mig concludendo che la caduta del velivolo è da attribuire allo spegnimento del motore, avvenuto in alta quota e causato dall’esaurimento del combustibile e da una progressiva perdita di coscienza da parte del pilota. [Leggi la relazione – Leggi gli allegati della relazione]

3 ottobre 1980. Nel Centro radar dell’Aeronautica di Marsala il pm Santacroce sequestra le bobine con le registrazioni della sera del 27 giugno.

25 novembre 1980. Un esperto americano del National Transportation Safety Board, John Macidull, analizza il tracciato radar di Ciampino e si convince che, al momento del disastro, accanto al DC9 volava un altro aereo. Per Macidull, il DC9 è stato colpito da un missile lanciato dal velivolo non identificato rilevato nelle vicinanze. Tale aereo secondo l’esperto del Ntsb attraversa la zona dell’incidente da Ovest verso Est ad alta velocità (tra 300 e 550 nodi) approssimativamente nello stesso momento in cui si verifica l’incidente, ma senza entrare in collisione con l’Itavia 870.

10 dicembre 1980. La compagnia aerea Itavia sospende l’attività di volo sulle rotte in concessione.

17 dicembre 1980. Il presidente della compagnia aerea Itavia, Aldo Davanzali, afferma di avere la certezza che ad abbattere il suo DC-9 è stato un missile lanciato da un aereo.

21 gennaio 1981. Il ministro dei Trasporti revoca la concessione dei servizi di linea all’Itavia. Già colpita da una forte crisi economica (ha ipoteche per 150 miliardi di lire) la compagnia il 14 aprile dichiarerà lo stato di insolvenza e verrà posta in amministrazione straordinaria il successivo 31 luglio.

17 aprile 1981. Il Tribunale fallimentare di Roma dichiara lo stato di insolvenza della compagnia aerea Itavia.

9 maggio 1981. Muore di infarto a Grosseto il capitano dell’Aeronautica Maurizio Gari. La sera del disastro è capo controllore di sala operativa presso il centro radar di Poggio Ballone. La sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità per l’inchiesta.

16 marzo 1982. La relazione della Commissione d’inchiesta ministeriale esclude sia il cedimento strutturale “per fatica” sia la collisione in volo con un altro velivolo, ma conclude che senza l’esame del relitto non è possibile stabilire se si sia trattato di un missile o di una bomba collocata a bordo. Gli esperti ipotizzano la presenza di un oggetto non identificato che viaggia ad alta velocità in direzione trasversale al DC9. [Leggi la relazione]

26 luglio 1982. Va in onda sulla Bbc un servizio sulla strage di Ustica dal titolo “Murder in the Sky” dove Macidull ribadisce che nei pressi del DC9 c’era in volo un caccia non identificato. Nel corso dello stesso servizio un altro esperto, questo del Pentagono, John Transue, afferma che il caccia, che ha abbattuto il DC9, potrebbe essere un MiG 23 o un MiG 25 libico.

9 gennaio 1984. Per il ministro della Difesa Giovanni Spadolini il DC9 è stato abbattuto dalla deflagrazione di un ordigno, probabilmente confezionato con esplosivo T4, tracce del quale sono state trovate su alcuni reperti da un esperto esplosivista dell’Aeronautica.

10 gennaio 1984. Il pm Giorgio Santacroce formalizza l’inchiesta sulla sciagura del DC9 e l’incidente si trasforma, giuridicamente, in strage aviatoria. Santacroce viene affiancato dal giudice istruttore Vittorio Bucarelli. Le indagini, pur andando avanti, per il momento non si avvalgono della collaborazione tecnica di esperti aeronautici.

21 novembre 1984. Il giudice Bucarelli nomina una commissione peritale. Il collegio di esperti prenderà il nome dal suo coordinatore, il professor Massimo Blasi.

30 aprile 1985. Il giudice Bucarelli e i periti giudiziari fanno volare un DC9, identico all’IH-870, lungo l’aerovia Ambra 13 e lo fanno intercettare da un caccia militare. Alcuni esperti assistono all’esercitazione davanti agli schermi radar di Ciampino, altri sono in volo sull’aereo. L’esperimento, che ricrea uno scenario assai simile alla sera del 27 giugno 1980, conferma l’ipotesi che vicino al DC9 precipitato c’era un caccia.

27 giugno 1986. “Il governo ha mantenuto il silenzio anche di fronte alla ipotesi in base alla quale il velivolo sarebbe stato abbattuto da un missile lanciato da un aereo militare di nazionalità sconosciuta. Il mancato accertamento della dinamica dell’incidente del DC9 dell’Itavia priva di fatto le famiglie delle vittime di ogni possibilità di risarcimento adeguato in quanto, a sei anni dalla tragedia, rimane ignoto il soggetto cui esse debbono rivolgersi”. E’ quanto affermano in un appello, presentato al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’ex presidente della Corte Costituzione, Francesco Bonifacio, il vicepresidente del Senato, Adriano Ossicini, il Sen. Pietro Scoppola, i deputati Antonio Giolitti (Psi), Pietro Ingrao (Pci) e Stefano Rodotà (Sinistra indipendente) e il sociologo Franco Ferrarotti.

30 settembre 1986. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato annuncia l’intenzione del Governo di procedere al recupero del relitto del DC9.

31 marzo 1987. Viene trovato impiccato ad un albero sul greto del fiume Ombrone, nei pressi di Grosseto, il maresciallo dell’Aeronautica Mario Alberto Dettori. La sera del 27 giugno 1980 il sottufficiale era controllore di difesa aerea al radar di Poggio Ballone. Rientrando a casa Dettori scosso dice a sua moglie “stanotte è successo un casino; qui vanno tutti in galera”. Pochi giorni dopo si confida anche con sua cognata: “Sai, l’aereo di Ustica, c’è di mezzo Gheddafi, è successo un casino, qui fanno scoppiare una guerra”. Per gli inquirenti sulla morte del sottufficiale permangono indizi di collegamento con il disastro del DC9 e con la caduta del MiG sulla Sila.

8 maggio 1987. La ditta francese Ifremer, che verrà poi accusata di essere legata ai servizi segreti d’Oltralpe, comincia le operazioni di recupero della carcassa del DC9 adagiata a 3.600 metri sul fondo del Tirreno. Il recupero si concluderà in parte nel maggio del 1988. Verrà recuperata anche una delle due scatole nere, il Cockpit Voice Recorder, che registra le comunicazioni radio con terra e quelle interne al velivolo. L’analisi permetterà di ascoltare l’ultimo frammento di parola “Gua…”, pronunciata dal pilota tre minuti dopo l’ultima comunicazione con Ciampino.

6 maggio 1988. Nel corso della trasmissione televisiva di Rai 3 “Telefono giallo”, condotta da Corrado Augias un anonimo chiama in diretta e si qualifica come aviere in servizio al radar di Marsala. L’uomo afferma di aver esaminato le tracce radar ma il giorno successivo il maresciallo responsabile del servizio l’aveva invitato a farsi gli affari propri.

7 maggio 1988. Il procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, apre un’inchiesta sulla telefonata giunta a “Telefono giallo” e fa identificare tutti i militari in servizio al radar di Marsala la sera del 27 giugno.

20 maggio 1988. I famigliari degli 81 passeggeri si costituiscono in associazione. Presidente è Daria Bonfietti, sorella del giornalista Alberto, anch’egli tra i passeggeri.

30 maggio 1988. Durante gli interrogatori, tutti i militari in servizio a Marsala la sera del disastro, eccetto uno, riferiscono di non aver visto al radar quanto stava accadendo nel cielo di Ustica. Il muro di gomma si rompe con le dichiarazioni del maresciallo Luciano Carico. L’ufficiale di identificazione si accorse che il DC9 era scomparso dagli schermi, e avvertì i suoi diretti superiori. Carico osservò nei pressi del DC9 anche la traccia di un altro velivolo, che crede di identificare in un boeing 720 dell’Air Malta, che seguiva l’Itavia e che poi lo sorpassò a velocità superiore. Il maresciallo intercettò le due tracce, Itavia e Air Malta, pochi minuti prima delle 21, all’altezza di Ponza. Viene accertato che quel velivolo non poteva essere l’Air Malta perché a quell’ora il boeing si trovava ancora all’altezza dell’Argentario. Carico dichiara, inoltre, di aver identificato, come friendly, cioè come traccia amica, il DC9 e ribadisce di aver notato la sua traccia diminuire di qualità proprio sul mare, dove stava precipitando. Carico comprese che in quella traccia c’era qualcosa di strano: si mise in contatto con Punta Raisi e Fiumicino ma nessuno è mai più riuscito a trovare quelle conversazioni.

28 agosto 1988. Durante uno spettacolo acrobatico alla base Nato di Ramstein perdono la vita, scontrandosi in volo, due ufficiali dell’Aeronautica, piloti delle Frecce tricolore. Sono i tenenti colonnello Mario Naldini e Ivo Nutarelli. La sera del 27 giugno 1980, fino a circa dieci minuti prima della scomparsa del DC9 i due ufficiali erano in volo su un intercettore TF-104 decollato da Grosseto. Per gli inquirenti i due avieri, che dovevano essere sentiti dalla Procura erano a conoscenza di molteplici circostanze sul caso Ustica. [La relazione dell’Aeronautica militare sull’incidente]

17 novembre 1988. Il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita nomina una commissione d’indagine con a capo il procuratore generale della Cassazione Carlo Maria Pratis.

16 marzo 1989. Il collegio dei periti Blasi consegna al giudice istruttore una relazione in cui sostiene la tesi del missile lanciato da un caccia non identificato ed esploso in prossimità della zona anteriore dell’aereo.

5 maggio 1989. Il capo di stato maggiore dell’Aeronautica Franco Pisano consegna al ministro della Difesa Valerio Zanone i risultati di un’inchiesta tecnico-amministrativa in cui si difende l’operato dell’Aeronautica e si contestano le conclusione a cui sono giunti i periti del collegio. [Leggi la relazione]

10 maggio 1989. La commissione governativa nominata da De Mita giunge alla conclusione che l’aereo è stato abbattuto da un missile ma non scarta l’ipotesi di una bomba collocata a bordo.

28 giugno 1989. Il giudice Bucarelli e il pm Santacroce incriminano, per falsa testimonianza e favoreggiamento, ventitrè tra ufficiali e avieri in servizio la sera del disastro nei centri radar della Difesa di Licola e Marsala.

18 settembre 1989. Bucarelli, anche in base ai risultati delle relazioni Pratis e Pisano, chiede al collegio Blasi di rispondere a quattro quesiti supplementari: vuole sapere se a causare la caduta del DC9 sia stato un missile o una bomba.

12 ottobre 1989. Il leader libico Muammar Gheddafi scrive al Capo dello Stato Francesco Cossiga stigmatizzando le manovre Nato nel Mediterraneo del 1980: “hanno disperso tutti gli sforzi compiuti dalle forze progressiste ed amanti della pace, per la sicurezza e l’integrità del Mediterraneo. Non avete scordato certamente il delitto e la tragedia occorsa al DC9 dell’Itavia, abbattuto il 27 giugno 1980, in cui hanno perso la vita decine e decine di vittime, a causa della aggressione ed in conseguenza della presenza delle basi e delle flotte militari, nel Mediterraneo, come non avete scordato l’attacco americano alla Giamahiria, che causò la morte di decine e decine di morti fra civili inermi, le nostre donne, bambini e vecchi”.

5 gennaio 1990. Nel corso di una conferenza stampa, in merito al presunto viaggio che egli avrebbe effettuato la sera del disastro di Ustica, Gheddafi afferma che il suo aereo era in volo sul Mediterraneo diretto in Europa per riparazioni, ma che egli non era a bordo. Gli Usa avrebbero preso un tragico abbaglio. Secondo il leader, nel tentativo di abbatterlo, hanno invece colpito l’aereo italiano e uno libico, convinti poi d’aver eliminato lui stesso o un esponente palestinese.

26 maggio 1990. Due dei cinque periti del collegio Blasi si dissociano dalle conclusioni consegnate al giudice il 16 marzo 1989 e sostengono la tesi di una bomba a bordo. Gli altri tre esperti ribadiscono che ad abbattere l’aereo è stato un missile aria-aria non italiano.

17 luglio 1990. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato accusa, nel corso di un’audizione alla Commissione Stragi, il giudice Bucarelli di avergli mostrato alcune foto del relitto, scattate dagli americani prima che lo stesso fosse recuperato, ma di non averle acquisite come prova. Il magistrato, prima di abbandonare l’inchiesta, negherà, querelando tra l’altro il parlamentare, di possedere quelle foto.

23 luglio 1990. L’inchiesta sul disastro passa nelle mani del giudice istruttore Rosario Priore che nomina un altro collegio di periti, già individuati da Bulcarelli in ambito internazionale, la cui guida viene affidata al professor Aurelio Misiti.

1 settembre 1990. I resti della fusoliera del DC9 recuperati dal fondo del Tirreno vengono trasferiti in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare (Roma).

1 ottobre 1990. La Commissione Stragi, presieduta dal senatore Libero Gualtieri, trasmette al Parlamento una prima relazione riguardante la strage di Ustica. [Leggi la relazione]

27 giugno 1991. Nelle sale cinematografiche viene proiettato il film inchiesta “Il muro di gomma” di Marco Risi con la sceneggiatura di Sandro Petraglia, Stefano Rulli e del giornalista del «Corriere della Sera» Andrea Purgatori. La pellicola susciterà polemiche al festival di Venezia, ma otterrà un anno dopo il Nastro d’argento per il miglior soggetto e il Premio cinema per la pace nel 1993.

13 luglio 1991. La società inglese Winpol, incaricata dal giudice Priore di completare il recupero del relitto, riporta in superficie la seconda scatola nera del DC9, il Flight Data Recorder che registra i dati di volo. Dall’analisi del Fdr non emerge alcun dato utile a ricostruire la dinamica del disastro se non la conferma che il collasso dei sistemi di volo fu violento ed improvviso. Fino a quel momento l’aereo era in volo livellato e tutti i sistemi di bordo erano perfettamente funzionanti.

12 gennaio 1992. L’esperto americano Chris Protheroe, incaricato dal giudice istruttore di svolgere una perizia sul relitto del DC9 indica l’esplosione interna come causa più probabile del disastro.

15 gennaio 1992. Al termine di decine di interrogatori e confronti, il giudice Priore incrimina 13 alti ufficiali dell’Aeronautica e li accusa di aver depistato le indagini sulla strage. Tra loro vi sono i generali Lamberto Bartolucci, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Franco Ferri, sottocapo di Stato Maggiore, Zeno Tascio, Capo del Sios, e Corrado Melillo, Capo del terzo reparto dello Stato Maggiore. Il reato ipotizzato nelle comunicazioni giudiziarie è quello di attentato contro l’attività del governo con l’aggravante dell’alto tradimento e della falsa testimonianza, in relazione all’accusa di strage ipotizzata contro ignoti.

14 aprile 1992. La Commissione Stragi, presieduta dal senatore Libero Gualtieri, approva la relazione conclusiva sul caso Ustica, che segnala in modo pesante reticenze e menzogne di poteri pubblici e istituzioni militari. Gualtieri, scrive nelle sue conclusioni, che è giunto il momento di chiedere conto agli altri Paesi di quanto è accaduto nei cieli italiani. [Leggi la relazione]

12 gennaio 1993. Durante uno strano tentativo di rapina in strada viene ucciso a Bruxelles il consulente dell’Alenia e generale dell’Aeronautica Roberto Boemio. Nel 1980 era capo di Stato maggiore presso la Terza Regione aerea di Bari. La magistratura belga non ha mai risolto il caso.

3 marzo 1993. L’ex colonnello del Kgb, Alexej Pavlov, afferma in un’intervista al Gr1 della Rai che il DC9 è stato abbattuto da missili americani e che i sovietici videro tutto da una base militare segreta vicino Tripoli.

27 giugno 1993. Robert Sewell, esperto statunitense di missili e consulente per conto dei familiari delle vittime, sostiene che la principale causa del danneggiamento del velivolo sia stata la detonazione di una o forse due testate missilistiche di grande potenza, avvenuta nella parte anteriore destra della fusoliera, e la perforazione della fusoliera stessa da parte del missile.

23 dicembre 1993. Un imprenditore toscano, Andrea Crociani, riferisce al giudice Rosario Priore, le confessioni ricevute dal tenente colonnello Mario Naldini, morto nel 1988 nella tragedia delle Frecce Tricolori a Ramstein. Naldini, che era in volo su un TF-104 insieme a Ivo Nutarelli, anche lui morto a Ramstein, riferì all’imprenditore di aver intercettato, prima di ricevere l’ordine di rientrare a Grosseto e prima della caduta del DC9, tre aerei: uno autorizzato e due no.

29 giugno 1994. I periti di parte degli ufficiali dell’Aeronautica inquisiti sostengono che il DC9 sia esploso in volo per una bomba.

23 luglio 1994. Per il collegio peritale nominato da Priore è tecnicamente sostenibile che una bomba, posta nella toilette posteriore dell’aereo, abbia causato il disastro. Due periti presentano una nota aggiuntiva dove sostengono anche l’ipotesi della “quasi collisione” con un altro aereo.

12 ottobre 1994. Le conclusioni del collegio Misiti non convincono il procuratore della Repubblica di Roma Michele Coiro e i sostituti Giovanni Salvi e Vincenzo Roselli che inviano a Priore un documento con cui contestano la tesi sostenuta dai periti.

21 dicembre 1995. Il maresciallo dell’Aeronautica Franco Parisi s’impicca ad un albero nella periferia di Lecce. Nel 1980 Parisi era controllore di difesa aerea presso la sala operativa del centro radar di Otranto. Anche su quest’ultimo suicidio gli inquirenti nutrono fortissimi dubbi; potrebbe essere collegato con il disastro del DC9 e la caduta del MiG sulla Sila.

23 dicembre 1995. I consulenti di parte Itavia, Luigi Di Stefano e Mario Cinti, ex generale e portavoce della compagnia aerea, presentano un documento che evidenzia le contraddizioni dell’ipotesi bomba. Gli esperti forniscono al giudice una ricostruzione virtuale del relitto del DC9, utilizzando tecniche di disegno elettronico. Cinti e Di Stefano sostengono che il DC9 sia stato abbattuto dai corpi inerti di due missili, esplosi a una distanza tale da non potersi determinare l’impatto delle schegge della testa di guerra: proseguendo nella loro corsa avrebbero così trapassato la parte anteriore della fusoliera dell’aereo causando la caduta. Durante la nuova perizia radaristica ordinata dal giudice Priore, gli stessi periti dell’Itavia sosterranno che l’aereo aggressore è penetrato nello spazio aereo italiano mascherandosi con una operazione di guerra elettronica, che risulta riconoscibile dall’esame dei tracciati radar militari.

26 marzo 1996. La Nato nega al giudice istruttore Rosario Priore i codici per decifrare il funzionamento del sistema radar Nadge. Per la Nato tali codici sono assolutamente riservati e su di essi non può essere tolto in alcun modo il segreto.

17 dicembre 1996. Il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Vicepresidente Walter Veltroni ottengono la collaborazione del segretario generale della Nato Javier Solana nel reperire i codici necessari per decifrare i tracciati radar senza dei quali le indagini non possono andare avanti. [Le risposte della Nato]

16 giugno 1997. Tre esperti, Franco Donali, Roberto Tiberio e Enzo Dalle Mese, consegnano a Priore una perizia radaristica in cui è definita plausibile l’ipotesi di un velivolo nascosto nella scia del DC9 e uno scenario attorno al volo civile più complesso di quanto non sia emerso dalla perizia del collegio Misiti. Per gli esperti quella sera sul Tirreno c’era sicuramente un intenso traffico di aerei militari e una portaerei in navigazione ma non si tratta della Usa Saratoga che era alla fonda nel porto di Napoli. In questa fase risulterà determinante, dopo le pressioni esercitate dal Governo, la collaborazione offerta dalla Nato nel decifrare i tracciati radar.

6 dicembre 1997. In un supplemento di perizia radaristica, i periti nominati dal giudice istruttore affermano che la sera del disastro a tutti gli aerei militari che si muovevano nello spazio percorso dal DC9, fu impartito l’ordine di spegnere il transponder che avrebbe consentito la loro identificazione.

7 gennaio 1998. Il giudice Priore chiude l’inchiesta. Gli atti, depositati nel bunker di piazza Adriana, vengono messi a disposizione dei pubblici ministeri per le conclusioni e per le eventuali richieste di rinvio a giudizio.

31 luglio 1998. I pubblici ministeri romani Settembrino Nebbioso, Vincenzo Roselli e Giovanni Salvi chiedono il rinvio a giudizio per i generali dell’Aeronautica militare Lamberto Bartolucci, Zeno Tascio, Corrado Melillo e Franco Ferri. L’accusa è attentato contro gli organi costituzionali. Viene richiesto un processo anche per altri cinque, ufficiali e sottufficiali dell’Ami, accusati di falsa testimonianza: Francesco Pugliese, Nicola Fiorito De Falco, Umberto Alloro, Claudio Masci, Pasquale Notarnicola e Bruno Bomprezzi. I magistrati precisano di non essere in possesso di elementi idonei per stabilire quali furono le cause della caduta del DC9, escludono però la “sussistenza di indizi di cedimento delle strutture”. richieste dei P.M. [Leggi la richiesta]

8 aprile 1999. Al giudice Priore giungono le note conclusive dei periti radaristi: l’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento verosimilmente nei confronti dell’aereo nascosto nella scia del DC9: l’aereo di linea è rimasto vittima fortuita di tale azione. L’ipotesi più probabile che spiega le modalità di rottura del DC9 sarebbe da ricercare nella “mancata collisione”. Lo scenario così delineato è perfettamente congruente con tutti i dati disponibili e per di più offre spiegazioni logiche a tutta una serie di fatti fino a quel momento inspiegabili, determinati dalla necessità di mantenere segreta una operazione militare che tale doveva rimanere. A tale riguardo i fatti più rilevanti sono: la reticenza dell’Aeronautica e più in generale del personale in servizio nei vari siti al momento dell’incidente, la mancata collaborazione internazionale alle ripetute rogatorie dell’autorità giudiziaria, le innumerevoli incongruenze registrate nella vicenda del MiG caduto in Sila, la sparizione di dati e reperti che sarebbero stati fondamentali per l’inchiesta, le illogicità presenti in ipotesi alternative come quella della presenza di una bomba a bordo.

31 agosto 1999. Il giudice Rosario Priore rinvia a giudizio i generali Lamberto Bartolucci, Zeno Tascio, Corrado Melillo e Franco Ferri e gli altri 5 ufficiali per attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento, mentre dichiara di non doversi procedere per strage perché “ignoti gli autori del reato”. Per Priore il DC9 è stato abbattuto, “è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”. [Leggi la sentenza-ordinanza]

23 giugno 2000. La procura militare di Roma chiede l’archiviazione dell’indagine sul disastro di Ustica: “Non ci sono i presupposti per rivendicare spazi di giurisdizione da parte della magistratura militare”.

28 settembre 2000. Si apre a Roma nell’aula bunker di Rebibbia, davanti alla sezione terza della Corte d’Assise di Roma, il processo sui presunti depistaggi.

1 dicembre 2000. La Corte d’Assise di Roma dichiara la nullità dell’attività istruttoria compiuta dal Giudice Istruttore Rosario Priore nei procedimenti per il reato di falsa testimonianza contestato agli imputati Pugliese Francesco, Alloro Umberto, Masci Claudio, Notarnicola Pasquale e Bomprezzi Bruno, e dell’Ordinanza di rinvio a giudizio.

11 aprile 2001. Aldo Davanzali, presidente dell’Itavia, chiede allo Stato un risarcimento di 1.700 miliardi per i danni morali e patrimoniali subiti dopo la strage di Ustica.

2 luglio 2001. Il processo resta di competenza della giustizia civile. Lo stabilisce la Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del procuratore militare Antonino Intelisano contro l’ordinanza del gip militare che gli aveva imposto di indagare i quattro generali già sotto processo dinanzi alla III^ Corte d’Assise di Roma.

24 gennaio 2002. La Corte dei Conti chiede 27 miliardi di lire a militari ed altre persone coinvolte a vario titolo nell’inchiesta sulla strage di Ustica come risarcimento per le spese sostenute per recuperare la carlinga del Dc9 dell’Itavia.

1 settembre 2003. Il leader libico Gheddafi nel corso di un discorso al Paese, in occasione del 34° anniversario della rivoluzione libica, afferma che il DC9 è stato abbattuto da aerei Usa. Secondo il colonnello gli americani credevano che in volo ci fosse lui stesso e volevano eliminarlo.

26 novembre 2003. Il Tribunale di Roma condanna i ministeri della Difesa, dei Trasporti e dell’Interno a risarcire 108 milioni di euro alla compagnia Itavia perché lo Stato non avrebbe garantito la sicurezza dell’aerovia nella quale viaggiava il DC9. L’Itavia sostiene che il disastro di Ustica “non fu provocato da cedimento strutturale dell’aereo, ma da un missile lanciato da un altro aereo”. [Leggi la sentenza]

19 dicembre 2003. I pm Erminio Amelio, Maria Monteleone e Vincenzo Roselli, nel corso delle requisitorie in Corte d’Assise, chiedono la condanna a 6 anni e 9 mesi di reclusione, di cui 4 anni condonati, per i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, accusati di attentato agli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Secondo l’accusa: avrebbero omesso di fornire informazioni al Governo. Chiesta l’assoluzione nei confronti dei generali Zeno Tascio e Corrado Melillo.

16 gennaio 2004. Il Tribunale civile di Roma rigetta la domanda di risarcimento dei danni promossa dall’ex presidente della compagnia Itavia, Aldo Davanzali, nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministeri e dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti. [leggi la sentenza]

30 aprile 2004. Si chiude il processo sui presunti depistaggi: la Corte d’Assise di Roma assolve da tutte le accuse i generali dell’Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo. Per un capo di imputazione, nei confronti di Ferri e Bartolucci, riguardante le informazione errate fornite al Governo in merito alla presenza di altri aerei la sera dell’incidente, il reato è considerato prescritto in quanto derubricato. [Leggi il dispositivo]

27 novembre 2004. La Corte d’Assise di Roma deposita le motivazioni della sentenza di assoluzione dei quattro generali dell’Aeronautica. Per i giudici i militari non si macchiarono del reato di alto tradimento, ma solo di quello di turbativa. Non riferirono al Governo i risultati dell’analisi dei dati del radar di Ciampino né le informazioni in merito al possibile coinvolgimento nel disastro di altri aerei. Secondo gli stessi giudici è errata l’ipotesi che il MiG trovato sulla Sila sia precipitato la stessa sera del disastro del DC9. I giudici rilevano, tra l’altro, “una forte determinazione ad orientare nel senso voluto dallo Stato maggiore dell’Aeronautica le indagini a qualsiasi livello svolte su Ustica”. Le motivazioni depositate, secondo Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage, “ribadiscono che ad opera dei vertici dell’Aeronautica è stato commesso il reato di alto tradimento: in quanto, avendo dati sulla presenza di altri aerei attorno al DC9 inequivocabilmente significativi, decisero di non trasmetterli al Governo”. [Leggi le motivazioni]

15 febbraio 2005. Il pm e i difensori di parte civile presentano una richiesta di appello contro la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Roma il 30 aprile 2004. Presentano la stessa richiesta anche i legali della compagnia Itavia. [Leggi le richieste]

26 maggio 2005. Muore all’età di 83 anni il presidente della compagnia Itavia Aldo Davanzali.

3 novembre 2005. Inizia a Roma il processo di appello ai generali Bartolucci e Ferri perché rispondano del reato di omessa comunicazione al Governo di informazioni sul disastro di Ustica. Il dibattimento di secondo grado scaturisce dall’impugnazione della sentenza fatta dai pm Monteleone e Amelio limitatamente alla dichiarazione di prescrizione del reato.

8 novembre 2005. Dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello i generali Bartolucci e Ferri ribadiscono la loro innocenza sostenendo di non essere mai venuti a conoscenza di quanto emergeva dalla trascrizione delle registrazioni del radar di Ciampino per cui non potevano aver commesso il reato loro addebitato. [Leggi la trascrizione dell’esame]

29 novembre 2005. I pm chiedono alla Corte d’Assise d’Appello di Roma una condanna a 6 anni (4 dei quali condonati) e 9 mesi per gli ex generali Bartolucci e Ferri.

15 dicembre 2005. I giudici della prima Corte d’Assise d’Appello di Roma, presieduta da Antonio Cappiello, assolvono “perché il fatto non sussiste” Bartolucci e il suo vice Ferri. [Leggi il dispositivo]

29 dicembre 2005. Il Governo con la Legge Finanziaria 2006 stanzia un fondo di 8 mln di Euro (circa 98mila euro a ciscun erede) a favore dei familiari delle vittime della strage. [Gazzetta Ufficiale n° 302 del 29/12/05]

6 aprile 2006. La Corte d’Assise d’Appello di Roma deposita le motivazioni della frettolosa sentenza del 15 dicembre 2005 che ha assolto i generali Bartolucci e Ferri. Per la Corte sostenere che accanto al DC9 la sera del disastro c’era un aereo significa compiere “un salto logico non giustificabile”. Tale ipotesi, si legge nelle motivazioni, è supportata solo “da deduzioni, probabilità e basse percentuali e mai da una sola certezza”. Bartolucci, non poteva, secondo il giudice Antonio Cappiello, “omettere di comunicare al ministro della Difesa ciò che probatoriamente gli era ignoto”. [Leggi le motivazioni]

10 maggio 2006. La Procura Generale di Roma propone ricorso per Cassazione perché venga annullata la sentenza della Corte d’Appello del 15 dicembre 2005 dichiarando che “il fatto contestato non è più previsto dalla legge come reato” anziché “perché il fatto non sussiste”. [Leggi il ricorso]

1 giugno 2006. Il Governo dà mandato all’Avvocatura dello Stato, costituita quale parte civile, a proporre ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma del 15 dicembre 2005 che assolse i generali Bartolucci e Ferri.

1 giugno 2006. Lo Stato risarcisce i genitori di Rita Guzzo, morta all’età di 30 anni sul DC9. A pagare (123 mila euro più le spese legali) sarà il Ministero alle Infrastrutture e dei Trasporti per effetto di una sentenza pronunciata dal Tribunale civile di Palermo.

20 giugno 2006. La Corte dei Conti assolve in via definitiva 35 tra alti ufficiali, sottufficiali e militari dall’accusa di aver procurato un danno all’erario facendo spendere al Governo quasi 28 miliardi di lire per il recupero della carlinga del DC9. Per i giudici contabili quelle spese furono disposte dal magistrato inquirente in assoluta autonomia nel tentativo di far luce sulla vicenda e non possono essere addebitate agli ufficiali inquisiti. [Leggi la sentenza]

25 giugno 2006. Il relitto del DC9 Itavia viene trasferito dall’hangar dell’aeroporto romano di Pratica di Mare a Bologna. Trasportati da un lungo convoglio di mezzi dei vigili del fuoco, i resti del velivolo, dopo essere stati affidati in custodia al Comune di Bologna, verranno riassemblati nel Museo della Memoria all’ex deposito Zucca di via Saliceto.

27 giugno 2006. Nel ventiseiesimo anniversario della strage una mozione parlamentare al Senato chiede al Governo di intraprendere nelle sedi più opportune ogni possibile iniziativa finalizzata all’accertamento della verità sull’abbattimento del Dc9 e di adoperarsi presso le istituzioni internazionali affinché Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Libia collaborino alle indagini.

10 gennaio 2007. La Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso della Procura Generale del Tribunale di Roma e rigettando anche quello delle parti civili, assolve definitivamente, per mancanza di prove, i generali Bartolucci e Ferri. L’istruttoria, secondo i supremi giudici, “si è limitata ad acquisire un’imponente massa di dati dai quali peraltro non è stato possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi di accusa”. La sentenza di appello, scrivono ancora nelle motivazioni, “ha ritenuto in modo chiaro ed esplicito che la prova dei fatti contestati sia del tutto mancata” e quindi la formula assolutoria è dovuta alla mancanza di prove e non all’insufficienza o alla contraddittorietà delle stesse. [Leggi le motivazioni]

25 gennaio 2007. Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga in un’intervista a Radio Rai parlando della strage di Ustica scagiona Libia e Stati Uniti e afferma di non poter dire, pur sapendolo, qual è il Paese alleato che “puntando male un missile” colpì il DC9.

30 maggio 2007. La seconda sezione civile del Tribunale di Palermo condanna i ministeri dei Trasporti e della Difesa al risarcimento, per complessivi 980 mila euro, di 15 familiari di quattro delle 81 vittime: Gaetano La Rocca, Marco Volanti, Elvira De Lisi e Salvatore D’Alfonso.

27 giugno 2007. Viene inaugurato a Bologna il Museo per la memoria di Ustica allestito da Christian Boltanski.

9 gennaio 2008. 88 familiari delle vittime della strage di Ustica citano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Palermo, i ministeri della Difesa e dei Trasporti, «colpevoli delle omissioni e delle negligenze» che, di fatto, avrebbero impedito di sapere cosa accadde la sera del 27 giugno del 1980.

19 febbraio 2008. Il Presidente Emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, in un’intervista a Sky Tg24, afferma: «furono i nostri servizi segreti che, quando io ero Presidente della Repubblica, informarono l’allora Sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non ad impatto, ma a risonanza. Se fosse stato ad impatto non ci sarebbe nulla dell’aereo. La tesi è che i francesi sapevano che sarebbe passato l’aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perchè il Sismi, il generale Santovito, appresa l’informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano videro un aereo dall’altra parte di quello italiano che si nascose dietro per non farsi prendere dal radar».

30 maggio 2008. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso il generale Giuseppe Cucchi, direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), smentisce ufficialmente l’esistenza di un dossier riservato o di atti secretati sulla strage di Ustica rispondendo all’istanza dell’avvocato Daniele Osnato, difensore di parte civile di alcuni familiari delle vittime. Secondo il DIS: “su indicazione del presidente del Consiglio dei ministri che, a seguito dell’istruttoria effettuata, è emerso che nel corso del procedimento penale non è mai stato opposto il segreto di Stato, né risulta che tale vincolo sia stato apposto su atti o documenti inerenti il caso Ustica“. [Leggi la lettera]

21 giugno 2008. La procura di Roma riapre l’inchiesta sulla strage di Ustica, dopo aver convocato e sentito come testimoni il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga e Giuliano Amato, ai tempi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. L’iniziativa dei pm Maria Monteleone e Erminio Amelio fa seguito alle dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga a Sky Tg24.

6 maggio 2009. Sarà un nuovo processo civile a stabilire le eventuali responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel mancato controllo dello spazio aereo in cui avvenne la tragedia del Dc 9. A deciderlo è la Cassazione, accogliendo il ricorso della compagnia Itavia contro la sentenza della Corte di appello di Roma che aveva negato il risarcimento danni alla società ed escluso le responsabilità civili dei due ministeri in relazione al disastro. La Terza Sezione Civile della Cassazione osserva: «che il solo fatto che i ministeri non avessero conoscenza della presenza di velivoli nell’aerovia assegnata ad Itavia, e a maggior ragione, che si trattasse di aerei militari non identificati, di per sé non è elemento idoneo ad escludere la colpevolezza, poiché integra proprio, se non altrimenti giustificato, l’inosservanza delle norme di condotta e di sorveglianza e di controllo o quanto meno il difettoso esercizio di tali attività». [Leggi la sentenza]

8 maggio 2010. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, celebrando al Quirinale il Giorno della Memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, afferma che sulla strage di Ustica «oltre ad intrecci eversivi, ci furono anche intrighi internazionali che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, ad inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità».

15 giugno 2010. La Corte d’appello di Palermo conferma la condanna dei ministeri dell’Interno, dei Trasporti e della Difesa a risarcire complessivamente un milione e 390mila euro a sei familiari di tre delle 81 vittime del disastro aereo di Ustica. [Leggi la sentenza]

22 giugno 2010. Il portavoce del ministero degli esteri francese Bernard Valero, rispondendo a una domanda di un giornalista dell’Ansa in merito al caso Ustica, afferma che «non appena le autorità italiane ci invieranno una rogatoria internazionale, siamo pronti a cooperare pienamente».

1 luglio 2010. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, firma e inoltra quattro rogatorie internazionali sul caso Ustica: i Paesi interessati sono gli Stati Uniti, la Francia, il Belgio (Nato) e la Germania. La richiesta di rogatoria era stata avanzata al Guardasigilli dalla Procura di Roma nell’ambito della nuova inchiesta sul caso Ustica avviatasi nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga.

29 luglio 2010. La Corte d’Appello di Roma, confermando il primo grado, rigetta la domanda di risarcimento dei danni promossa dagli eredi dell’ex presidente della compagnia Itavia, Aldo Davanzali, nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministeri e dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti. Secondo i giudici: “vero è che vi è stato depistaggio, ma non vi è prova che questa attività sia stata la causa del fallimento della Compagnia Itavia”. [leggi la sentenza]

22 novembre 2010. «A causare la strage del DC9 Itavia fu una bomba messa nella toilette di coda, non un altro aereo che passando radente fece collassare il velivolo, tantomeno un missile». Lo afferma il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, nel corso di una conferenza stampa tenuta nella Prefettura di Bologna, insieme ad Aurelio Misiti, membro del collegio peritale che svolse, dal ’90 al ’94, la perizia sulla carlinga.

27 giugno 2011. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella ricorrenza del XXXI anniversario, in un messaggio ai familiari delle Vittime, afferma: “L’iter tormentoso di lunghe inchieste e l’amara constatazione che le investigazioni svolte e i processi celebrati non hanno consentito la esauriente ricostruzione della dinamica dell’evento e la individuazione dei responsabili non debbono far venir meno l’impegno convinto di tutte le istituzioni nel sostenere le indagini tuttora in corso. Ogni sforzo deve essere compiuto, anche sul piano internazionale, per giungere finalmente a conclusioni che rimuovano le ambiguità, i dubbi e le ombre che ancora oggi circondano quel tragico fatto. La scelta dell’Associazione di celebrare l’anniversario attraverso un percorso artistico nello spazio antistante il “Museo della Memoria” contribuirà ad accrescere la partecipazione collettiva al ricordo di una tragedia che resta viva nella coscienza dell’intero Paese e che esige una valida e adeguata risposta di verità e giustizia”. [Leggi il discorso]

10 settembre 2011. I familiari delle vittime saranno risarciti dai ministeri della Difesa e dei Trasporti. Lo ha deciso il giudice Paola Proto Pisani del terza sezione civile del Tribunale di Palermo. A 81 parenti andranno oltre cento milioni di euro. Il Tribunale, ricostruendo i fatti accaduti la sera del 27 giugno 1980, ha ritenuto responsabili i ministeri per non avere garantito la sicurezza del volo Itavia, ma anche per l’occultamento della verità, con depistaggi e distruzione di atti. Secondo la sentenza si può “ritenere provato che l’incidente occorso al DC9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del DC9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del DC9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il DC9”. [Leggi la sentenza]

16 marzo 2012. La Corte d’Appello di Palermo sospende l’efficacia della esecutività della sentenza di primo grado che ha condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i familiari delle vittime. I giudici, accogliendo una richiesta dell’Avvocatura dello Stato, sottolineano che, vista la considerevole entità della somma oggetto della condanna (oltre 100 milioni di euro), non ricorrono i presupposti “per prevedere specifiche forme di cauzione a garanzia del credito”.

27 settembre 2012. La Corte d’Appello di Roma condanna, per omessa attività di controllo e sorveglianza, i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire le Aerolinee Itavia Spa (in amministrazione straordinaria) rinviando per la quantificazione del danno.

13 novembre 2012. La Terza sezione civile della Corte di Cassazione condanna i Ministeri dei Trasporti e della Difesa a risarcire i familiari di tre passeggeri del volo Itavia. [leggi la sentenza]

4 ottobre 2013. La Corte d’Appello di Roma, dopo la sentenza di condanna (27 settembre 2012) dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire le Aerolinee Itavia Spa (in amministrazione straordinaria), quantifica il danno in oltre 265 milioni di euro. Secondo i giudici civili lo Stato è responsabile di “omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica”.

22 ottobre 2013. La terza sezione civile della Corte di Cassazione dispone un nuovo processo d’appello per valutare la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento della compagnia Itavia. Nella sentenza la Suprema Corte conferma che ad abbattere il Dc9 fu un missile e che le indagini furono depistate. [leggi la sentenza]

3 ottobre 2014. Il Tribunale civile di Palermo condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire con 5 milioni e 637.199 euro i familiari di Annino Molteni, Erica Dora Mazzel, Rita Giovanna Mazzel, Maria Vincenza Calderone, Alessandra Parisi e Elvira De Lisi morti nella tragedia aerea di Ustica. [leggi la sentenza]

11 marzo 2015. La Corte d’Appello civile di Palermo conferma la condanna al risarcimento dei familiari delle vittime nei confronti dei ministeri della Difesa e dei Trasporti, ribadendo che ad abbattere il Dc-9 fu un missile e che non furono garantite adeguate condizioni di sicurezza al volo Itavia. [leggi la sentenza]

13 gennaio 2016. Il Tribunale civile di Palermo condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire complessivamente circa 12 milioni di euro a 31 familiari delle vittime. Secondo i giudici della terza sezione civile il disastro del volo Itavia fu causato con “elevata probabilità” da un missile o da una “quasi collisione” con un altro velivolo.


13 marzo 2017. La Procura di Grosseto dispone la riesumazione del corpo del radarista Mario Alberto Dettori, trovato impiccato il 31 marzo 1987. Dettori la notte della strage di Ustica era in servizio nella base radar di Poggio Ballone. La nuova inchiesta, nata da un esposto dei suoi familiari, punta a chiarire se il militare si tolse volontarimente la vita.



A 37 anni dalla notte della strage di Ustica lo Stato dovrà risarcire 55 milioni di euro a una parte dei familiari delle 81 vittime che il 27 giugno 1980 persero la vita a bordo del Dc9 Itavia precipitato nel Tirreno lungo la rotta Bologna-Palermo. È quanto ha deciso, con tre nuove sentenze, la Prima sezione civile della Corte di Appello di Palermo rigettando altrettanti ricorsi dell’Avvocatura dello Stato e condannando, ancora una volta, i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire 45 eredi delle vittime. Lo scorso 28 giugno, infatti, la stessa Corte aveva già condannato i due dicasteri a risarcire altri 39 familiari per ulteriori 17 milioni di euro. Nelle tre sentenze la Corte di Appello del capoluogo siciliano quantifica il danno rimandando ai motivi della sentenza del 28 giugno secondo cui Difesa e Trasporti “avrebbero dovuto attivarsi per le opportune reazioni” e per consentire, ad esempio, “l’intercettazione del velivolo ostile al fine di garantire la sicurezza e l’incolumità di passeggeri ed equipaggio”. Il tribunale, sposando le conclusioni raggiunte in primo grado (concluso nel 2011 con la condanna degli stessi ministeri) e nell’ambito della lunga istruttoria penale condotta dal giudice Rosario Priore, ribadisce, sulla base del principio ‘più probabile che non’, che l’incidente del volo Itavia 870 si verificò “a causa dell’operazione di intercettamento realizzata da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’ esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure quale conseguenza di una quasi-collisione verificati tra l’aereo nascosto e il Dc9”. La Corte di Appello ha dovuto adeguarsi al recente orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui la vita non sarebbe un diritto risarcibile in caso di morte istantanea, e ha dichiarato prescritto il diritto al risarcimento per ‘depistaggio’, riducendo considerevolmente la misura dei risarcimenti. “Si tratta di una ulteriore conferma dell’ abbattimento del DC9 a causa di un missile, in una operazione di guerra non dichiarata”: hanno affermato all’ANSA, commentando le sentenze, gli avvocati Daniele Osnato e Alfredo Galasso, legali dei familiari delle vittime. “Purtroppo – hanno aggiunto – sono passati troppi anni da quel fatto, e dunque il depistaggio non è stato risarcito. Auspichiamo che lo Stato si assuma le proprie responsabilità ed ottemperi con immediatezza ai giudicati civili risarcendo i parenti delle vittime senza dover attendere il passare di altri anni oltre i 37 già trascorsi”. Per l’avvocato Osnato è “inaccettabile che la perdita istantanea di una vita sia ritenuta dalla Cassazione un danno non risarcibile in capo agli eredi”. “È incomprensibile – ha aggiunto il legale dei familiari dei passeggeri del volo Itavia – che lo Stato si sia reso corresponsabile di un disastro aereo, abbia poi depistato impedendo il raggiungimento della verità, ed adesso sia ritenuto esente dal risarcimento per intervenuta prescrizione. La Corte di appello palermitana non aveva scelta, ed ai parenti resta una grande amarezza. Trasmetterò gli atti alla Corte dei Conti, affinché avvii un’indagine nei confronti di quei 78 imputati di reato connesso che, compiendo gli atti di depistaggio di cui la Corte palermitana ha dato atto, l’hanno fatta franca per intervenuta prescrizione. E torneremo in Europa – ha concluso l’avvocato Osnato – chiedendo che si intervenga nei confronti di paesi come la Francia affinché si scoprano gli archivi segreti e i documenti in essi contenuti”.



Basterebbe questa storia a far svanire qualsiasi sentimento di fiducia nello stato, che ha fatto l'impossibile per proteggere i ministeri della difesa e dei trasporti alla faccia di quegli 81 disgraziati morti e dei loro familiari, per un'azione di guerra non dichiarata mantenuta segreta ancora oggi (dopo 37 anni) davanti all'evidenza dei fatti.

Viva lo stato, viva le leggi, viva la stupidita' dell'italiano mediocre privo di senso critico e della memoria.


Sources:   Stragi80.it
                 TP24.it





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