Pagine

Visualizzazione post con etichetta [dossier]-GiovanniFalcone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta [dossier]-GiovanniFalcone. Mostra tutti i post

domenica 17 marzo 2013

[Giovanni Falcone Dossier] Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternita'


tratto da AntimafiaDuemila


(Giugno 1988, Palermo. Intervento di Giovanni Falcone al convegno dal titolo “Lotta alla droga: verso gli anni 90”)





di Giovanni Falcone




[…] Vorrei iniziare proprio con quanto si legge nella relazione finale della commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino, […][dell’]ormai lontano 1875-76: “La mafia non è un’associazione che abbia forme stabilite ed organismi speciali, non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti se non i più forti e i più abili. Ma è piuttosto lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male”. Si legge ancora che “questa forma criminosa non sarebbe specialissima della Sicilia, tuttavia esercita, sopra tutte le varietà di reati, una grande influenza imprimendo a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori. Si rileva, inoltre, che i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione. E che già sotto il governo di re Ferdinando la mafia si era infiltrata, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì”. Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la sua gravità. Infatti, si legge ancora in quella relazione: “Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia ascendevano a 22 battaglioni e mezzo tra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e 4 plotoni di bersaglieri oltre ai carabinieri in numero di 3.120. Pareva di trovarsi in mezzo ad una fazione di guerra guerreggiata o in un paese sottoposto all’occupazione straniera.

[Giovanni Falcone Dossier] Che cosa e' la mafia



Brano tratto dal libro “Giovanni Falcone: interventi e proposte. 1982-1992” a cura della fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, (ed. Sansoni)
 


di Giovanni Falcone



Prima di poter affrontare la questione se il modello mafioso di criminalità organizzata sia esportabile dall’Italia in altri Paesi, è necessario considerare il fenomeno mafioso più da vicino, delimitandolo e mettendo da parte l’idea confusa e folcloristica che di esso circola. In Italia le organizzazioni criminali di rilievo internazionale sono la camorra, localizzata soprattutto in Campania, la ‘ndrangheta, che opera in Calabria, e la mafia, o meglio Cosa nostra - che ne è la denominazione più esatta - diffusa in Sicilia. Tutte e tre le organizzazioni possono essere definite in generale come mafiose o di tipo mafioso, in quanto operano secondo metodi che sono tipici della mafia: violenza e intimidazione, attraverso cui producono tra la popolazione una condizione generale di sottomissione e di omertà. Al di là di questi elementi comuni, ogni organizzazione ha strutture e caratteristiche proprie.

lunedì 4 marzo 2013

[Giovanni Falcone Dossier] Professionalita' coordinazione per sconfiggere Cosa Nostra


tratto da AntimafiaDuemila

Brano tratto dal libro “Giovanni Falcone: interventi e proposte. 1982-1992” a cura della fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”, (ed. Sansoni)




di Giovanni Falcone



Ho accettato con grande piacere l’invito a discutere con voi in termini operativi dei problemi riguardanti la repressione del fenomeno mafioso. Devo subito avvertire che ricette miracolose per risolvere questioni di tale gravità non ve ne sono. C’è, invece, la consapevolezza della necessità di un impegno difficile e protratto nel tempo, che sarà sicuramente avaro di soddisfazioni nel breve termine. E’ questa l’unica via per cercare di porre un argine a una criminalità organizzata ormai dilagante, come purtroppo era facile prevedere e come era stato ampiamente previsto. Ma chi lo ha affermato, in passato, è stato subito tacciato di eccessivo allarmismo. Ora è inutile piangere sul latte versato, ma cerchiamo almeno di non versarne dell’altro. Ogni volta che inizio a parlare di questi argomenti avverto un senso di disorientamento, perché le numerose questioni da affrontare mi si affollano alla mente contemporaneamente, ed è veramente difficile dare un ordine logico stabilendo delle priorità. Perciò mi scuso fin d’ora se non sarò sufficientemente chiaro ed esaustivo. Quando si parla di criminalità organizzata, in Italia, ormai sappiamo tutti a cosa ci si vuol riferire: camorra, ‘ndrangheta, mafia. Purtroppo, però, sta accadendo che, soprattutto a livello internazionale, si tenda a privilegiare un concetto di mafia troppo generico, in sé non scorretto, ma che non aiuta certo a comprendere la specificità del fenomeno di cui in questa sede ci stiamo occupando.

[Giovanni Falcone Dossier] Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale

tratto da AntimafiaDuemila

di Giovanni Falcone



Si legge ancora che "questa forma criminosa non specialissima della Sicilia", esercita "sopra tutte le varietà di reati" "una grande influenza imprimendo… a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori". Si rileva altresì che, già sotto il governo di re Ferdinando, "la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì". Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la sua gravità; infatti, si legge nella richiamata relazione: "Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia ascendevano a ventidue battaglioni e mezzo tra Fanteria e Bersaglieri, due squadroni di Cavalleria e quattro plotoni di Bersaglieri montati, oltre i Carabinieri in numero di 3.120". "Pareva di trovarsi in mezzo ad una fazione di guerra guerreggiata o in un Paese sottoposto all'occupazione straniera…;

[Giovanni Falcone Dossier] S.o.s dall'agenda 2000


tratto da AntimafiaDuemila

Ancora attuali le parole del Giudice Falcone sull'infiltrazione mafiosa nei pubblici appalti



di Giovanni Falcone



"… Adesso ci troviamo di fronte ad una situazione che genericamente possiamo dire è di grave allarme, ma in concreto ignoriamo, nei suoi esatti termini, la portata dell'infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e in particolare nel settore dei pubblici appalti. In realtà potremmo dire di aver fatto dei tipi di indagini a campione da cui si può dedurre, con sufficiente attendibilità, un certo tipo di condizionamento. Ma, nella realtà, quale esso sia non lo sappiamo ancora con precisione. Debbo dire che, almeno fino a quando sono stato alla procura di Palermo, il tipo di indagini di cui mi sono occupato mi induce a ritenere che la situazione sia ancora più grave, ma molto più grave di quello che appare all'esterno.

domenica 3 marzo 2013

[Giovanni Falcone Dossier] Tendenze attuali del fenomeno mafioso e problemi conseguenti


tratto da AntimafiaDuemila



Dal libro " Interventi e proposte" per gentile concessione della Fondazione Falcone




di Giovanni Falcone


Anno 1988

In un rapporto giudiziario dell'ormai lontano agosto 1978, i carabinieri di Palermo, nel riferire le notizie confidenziali ricevute pochi mesi prima dal noto mafioso Giuseppe Di Cristina, affermavano: "Le notizie fornite dal Di Cristina rivelano anche… l'agghiacciante realtà che, accanto all'autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce… che lucra, che uccide, che perfino giudica; e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri. Tale riflessione - continua il rapporto - che poggia su una realtà indiscutibile (l'assunto del Di Cristina la conferma, ma nulla innova rispetto ai dati acquisiti dall'Arma), indigna e sgomenta per la inammissibilità di questo stato di cose, che mortifica ed avvilisce gli sforzi che vanno compiendo i pubblici poteri".

sabato 2 marzo 2013

[Giovanni Falcone Dossier] Il problema delle indagini bancarie


tratto da AntimafiaDuemila






di Giovanni Falcone




Quanto fruttano le attività illecite? Secondo recenti statistiche pubblicate da Il Sole 24 Ore (01.05.2000) sembra che la criminalità economica mondiale, nel giro di dieci anni abbia raccolto qualcosa come 5mila miliardi di dollari. 
Si tratta di una cifra tre volte maggiore a quella delle riserve di valuta presso le Banche Centrali che nel 1998, in base a quanto riportato nel Rapporto 1999 della Banca dei Regolamenti Internazionali, ammontavano a 1636 miliardi di dollari. Ogni anno i miliardi di dollari riciclati e reinvestiti sono 350, il che significa quasi 1 miliardo di dollari al giorno. Stime prudenziali dell’Onu dimostrano invece che ad ogni miliardo “sporco” se ne aggiungono 7/8 “caldi” (provenienti da evasione e corruzione) di tangenti e frodi fiscali. Intorno ai paradisi off-shore ci sarebbe invece un movimento di 11 milioni di miliardi di lire l’anno (cinque volte il prodotto interno del nostro Paese) su un totale di depositi che ammonta a circa 16 milioni di miliardi di lire. Al culmine delle statistiche le isole Cayman dove, nonostante il reddito annuo pro-capite si aggiri intorno ai 2-3mila dollari, i depositi sono pari a 45 milioni di dollari per persona.
Dando i numeri Dal libro “Interventi e proposte” per gentile concessione della Fondazione Falcone Venezia 21-23 ottobre 1983 atti del seminario di studi per giovani magistrati e avvocati.

[Giovanni Falcone Dossier] Criminalita' di massa e gestione piramidale del flusso degli affari


tratto da AntimafiaDuemila




Intervistato il 6 marzo del 1988 da Il Giornale di Sicilia, il giudice Giovanni Falcone offriva un quadro inquietante sulla questione appalti in Sicilia.
Si crede erroneamente che tali appalti si aggirino all’incirca su un migliaio di miliardi, spiegava alla giornalista Delia Parrinello, e che solo una piccola parte di questi, diciamo trecento, sia destinato all’imprenditoria siciliana. Troppo poco perché la mafia se ne interessi. Ma il problema non è dei soggetti ai quali vanno gli appalti (che per la maggior parte vengono assegnati alle imprese cosiddette settentrionali) ma dei subappaltatori, ossia quelli che i lavori li eseguono. Con il sistema dei subappalti, infatti, i soldi finiscono quasi tutti in Sicilia, ad imprenditori che vengono oppressi da una parte dalle estorsioni e dall’altra dalle richieste di partecipazione societaria. Per i subappaltatori la mafia locale stabilisce chi deve lavorare e chi no e per quanto riguarda le estorsioni l’imprenditore è costretto ad obbedire agli ordini dei protettori che possono chiedere prestazioni di servizi, posti di lavoro, nascondigli per latitanti. Gli imprenditori “puliti”? Esistono, ma sono delle vittime.  
Appalti e subappalti Dal libro “Interventi e proposte” per gentile concessione della
Fondazione Falcone  Forum del 25 – 26 novembre 1991 promosso 
dal Consiglio regionale del Lazio





di Giovanni Falcone

mercoledì 23 maggio 2012

Giovanni Falcone, Palermo 23 Maggio 1992-2012

                         
Giovanni Falcone,Palermo 18 Maggio 1939 - Palermo 23 Maggio 1992
Lui diceva che "l'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Altrimenti non è più coraggio, è incoscienza".
Era un palermitano elegante e coraggioso, la dimostrazione concreta che i normanni non hanno lasciato arte solo nelle piazze e nei borghi. Lui aveva la certezza aristocratica di chi la testa non l'avrebbe piegata mai.
"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola". E lui a cinquantatrè anni,quel 23 Maggio sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, non si è chinato.
[con lui saltarono in aria, la moglie Francesca Morvillo, il capo scorta Antonio Montinaro, ed i colleghi polizziotti, Vittorio Schifani e Rocco Di Cillo]

sabato 14 gennaio 2012

[Giovanni Falcone Dossier] Lezioni sui pentiti


di Giovanni Falcone


dal sito Antimafia Duemila








Tratto dalla relazione intitolata “Valutazioni probatorie relative al pentitismo” contenuta nel libro “Interventi e Proposte”. Per gentile concessione della “Fondazione  Giovanni e Francesca Falcone”

Nessuna regola, come è ovvio, è possibile formulare nella valutazione della attendibilità dei pentiti. In proposito, è certamente vero che costoro quasi sempre sono oggetti macchiatisi di gravi delitti da ascoltare, quindi, con estrema cautela; ma non è men vero che solo dalla viva voce dei protagonisti di vicende criminali spesso efferate possono essere tratti elementi di conoscenza altrimenti non acquisibili. Solo, quindi, dall’esame del caso concreto e del contesto in cui si inserisce la collaborazione dell’imputato con la giustizia è possibile trarre utili elementi di giudizio.
E’ indispensabile allora - perché il fenomeno del pentitismo si traduca in risultati utili per la giustizia - la esperienza, la capacità, la serenità, in una parola, la professionalità del giudice.
Siamo stati abituati per lunghi anni ad assistere, impotenti e quasi facendovi l’abitudine, ad imprese scellerate ed alla crescita smisurata di organizzazioni criminali che sono divenute un vero e proprio contropotere all’interno dello Stato condizionando intollerabilmente lo stesso sviluppo democratico del nostro paese. Era inevitabile che queste strutture, prima o poi si sarebbero incrinate e che qualcuno avrebbe cominciato a parlare; ed era prevedibile, del pari, che le strutture giudiziarie e di polizia sarebbero state messe a dura prova, con un impegno eccezionale e certamente non limitato nel tempo, dalle propalazioni dei pentiti.

[Giovanni Falcone Dossier] E' Palermo l'epicentro del fenomeno mafioso


                        di Giovanni Falcone

               dal sito Antimafia Duemila






Entrando nel merito di questa tavola rotonda e anche per vivacizzare un po’ il dibattito, altrimenti sembra che stiamo recitando tutti lo stesso copione, vorrei pormi in una posizione un po’ diversa. In che senso. Da sempre, da quando mi occupo di problemi di mafia, mi è capitato di sentirmi dire che trattasi di un problema politico, che mafia è uguale politica, che la risoluzione del problema mafia comporta il coinvolgimento di tutto lo Stato e la società civile e che quindi polizia e magistratura non saranno mai in condizione di risolvere da sole questo annoso problema. Ora devo dire che, non che non sia almeno in buona parte vero questo ragionamento, ma è un ragionamento che da sempre ho ritenuto come totalmente improduttivo di effetti. Ragionamento che non porta in nessun posto e soprattutto può costituire, e molto spesso e per lunghi tempi ha costituito, un alibi per giustificare la totale inerzia di chi avrebbe dovuto e potuto agire. Cosa intendo dire. Io vorrei rovesciare un po' l'angolo visuale. Perché se è vero che la mafia è anche un problema economico e sociale vorrei che non si dimenticasse che è anzitutto un fatto criminale. Se no altrimenti, perché anche li bisogna stare attenti, corriamo il rischio di confondere due fenomeni tutt'affatto distinti. Uno è la mentalità, se vogliamo, mafiosa di larghi strati delle popolazioni meridionali, altra cosa è la mafia in quanto organizzazione criminale. E io mi rifiuto di credere che ci sia qualcuno che possa pensare che gli omicidi quando superano un certo numero diventano un fatto politico e cessano di essere un fatto criminale. Proprio in questa città si è reclamata a gran voce, giustamente, la scoperta degli autori degli omicidi eccellenti ma bisognerebbe non dimenticare mai che non sono soltanto questi autori che non sono stati scoperti, se non in parte, ma gli autori di centinaia e centinaia di altri omicidi. Guardate che nel periodo degli anni '81 - '83, nel periodo peggiore della seconda guerra di mafia, gli omicidi sono stati quasi un migliaio e di questi ben pochi sono stati scoperti. Ecco, allora, se è vero che la mafia è un anche fenomeno economico e sociale, o meglio, un fatto che influisce sull'economia e sulla società, se non si creano in Sicilia e nelle altre regioni inquinate dal crimine organizzato le precondizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale sarà assolutamente inutile parlare di lotta alla mafia.

[Giovanni Falcone Dossier] Il ruolo fondamentale del pentitismo


                                   di Giovanni Falcone

                          dal sito Antimafia Duemila






Le loro idee camminano sulle nostre gambe

Il pezzo che segue è tratto da un'annotazione manoscritta del giudice Falcone per i lavori di un comitato della sezione siciliana dell'Associazione nazionale magistrati. Il 27 ottobre del 1990 fu approvato, nel corso dell'assemblea nazionale dell'Associazione, il documento finale nel quale vi è stata successivamente inserita una frase che teniamo a riportare: “Il fenomeno mafioso si colloca ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica”.

Da Interventi e proposte, per gentile concessione della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone

Il fenomeno del pentitismo, valutato spesso in modo troppo emozionale fin quasi a demonizzarlo, costituisce in realtà uno dei temi fondamentali su cui si gioca il buon esito della riforma del processo penale. E' necessario riaffermare ancora una volta che, in un processo penale dominato dall'oralità e dalla formazione dibattimentale della prova, non si può fare a meno, soprattutto in tema di reati di criminalità organizzata, del “teste della Corona” e cioè delle dichiarazioni di coloro che, proprio per avere fatto parte di organizzazioni criminose, sono in grado di riferire compiutamente dall'interno le dinamiche e le attività illecite delle organizzazioni stesse.

sabato 7 gennaio 2012

[Giovanni Falcone Dossier] Falcone: siamo corporativisti e poco professionali

di Giovanni Falcone


dal sito Antimafia Duemila






Duro monito del giudice palermitano al Consiglio Superiore della Magistratura e ai magistrati carrieristi e irresponsabili. Sono necessarie “maggiore competenza tecnica e più serietà operativa”.
Relazione dal titolo La professionalità e le professionalità letta a Milano il 5 novembre 1988. Per gentile concessione della Fondazione "Giovanni e Francesca Falcone".



In un documento del 13 luglio 1988, la giunta esecutiva nazionale di Unicost, nel riconoscere che l'esercizio della giurisdizione attraversa nel Paese un periodo di straordinaria difficoltà, afferma che il solco profondo creatosi tra magistratura e società civile ha determinato le condizioni per l'esito del referendum sulla responsabilità del giudice, in cui gli elettori, “indipendentemente dalle diverse intenzioni dei promotori”, hanno trovato l'occasione per esprimere la loro protesta per il pessimo funzionamento del servizio-giustizia. Viene ribadita in quel documento, dunque, la tesi che, attraverso il referendum, alcuni settori politici hanno strumentalizzato lo stato di insoddisfazione esistente nel Paese, per far apparire la magistratura come unica responsabile delle disfunzioni della giustizia.
Se ci si sforza, però, di analizzare la questione con obiettività, e se si abbandona per un attimo quello stato d'animo che ha indotto non pochi ad affermare che la magistratura è afflitta da una “sindrome permanente da stato di assedio”, non può non riconoscersi che il referendum, a prescindere da qualsiasi sua strumentalizzazione, ha consentito di accertare, senza margini di equivoco, un dato estremamente significativo: e cioè che la stragrande maggioranza dell'elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta attualmente con la necessaria professionalità, e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati.

[Giovanni Falcone Dossier] Cooperazione internazionale contro i traffici di droga


                                          di Giovanni Falcone


                                 dal sito Antimafia Duemila





L’articolo che segue è tratto da un intervento del giudice Giovanni Falcone al convegno intitolato Aspetti e prospettive della cooperazione internazionale nella lotta al traffico degli stupefacenti.Il meeting si è svolto a Torino, nel 1984 presso il Consiglio Regionale del Piemonte.

Tratto da Interventi e proposte, per gentile concessione della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone.



Le esigenze di cooperazione internazionale, già ritenute essenziali oltre un secolo fa, hanno acquistato ormai carattere di cogente attualità nella repressione del fenomeno della criminalità organizzata. Al riguardo, mi sia consentito di rilevare che se ormai da tempo si ammette che la mafia, la camorra ed altre organizzazioni similari costituiscono problema nazionale ed internazionale, tuttavia, al di là del ristretto campo degli “addetti ai lavori”, ci si rende conto solo confusamente del significato di queste affermazioni e della complessità del problema stesso. Mi è sembrato, pertanto, che l'esame di una materia come quella del traffico di stupefacenti, saldamente in mano alle organizzazioni criminali, potesse consentire di cogliere con maggiore evidenza le articolazioni ed i collegamenti di tali organizzazioni ed i conseguenti problemi di natura internazionale che ne derivano.
Le più recenti indagini giudiziarie e di polizia consentono di affermare, come dato ormai acquisito, che le organizzazioni mafiose siciliane controllano il traffico internazionale dell'eroina fino ai luoghi di consumo (principalmente Usa); tradizionali fornitori del Canada e dell'Australia sono soprattutto le organizzazioni calabresi, mentre la camorra si occupa prevalentemente del traffico internazionale di cocaina. Si tratta, comunque, di semplici linee di tendenza essendo ben noti, ormai, i collegamenti ed i nessi fra le varie organizzazioni, divenuti sempre più stretti con gli anni e determinati dalle stesse esigenze dei traffici. Così, si coglie una sempre più massiccia presenza delle organizzazioni camorristiche nel settore dell'eroina, sia pure in posizione di subalternità rispetto alla mafia siciliana, mentre quest'ultima dedica attualmente maggiore attenzione al traffico internazionale della cocaina, in considerazione anche della accresciuta domanda di tale droga nei mercati nazionale ed estero.

[Giovanni Falcone Dossier] "Mafia, poteri extraistituzionali e Stato ostacolano la democrazia e ispirano crimini"


di Giovanni Falcone

dal sito Antimafia Duemila




L’intervento del giudice Giovanni Falcone al convegno “La legislazione premiale”, Courmayeur, 1986


Come ebbe a ricordare l’egregio collega Scotti, in un recente incontro di studio, Jhering così scrisse in un suo notissimo libro: “Un giorno i giuristi torneranno ad occuparsi del diritto premiale e lo faranno quando, spinti dalle necessità pragmatiche, riusciranno a riportare la materia premiale nel diritto, cioè al di fuori della mera facoltà e dell’arbitrio, costringendole in regole ben precise non tanto nell’interesse dell’aspirante a un premio ma nell’interesse superiore della collettività”. Bene, questo convegno sulla legislazione premiale - il cui valore scientifico è documentato dall’altissima qualità delle relazioni - sembra proprio avverare la profezia di Jhering e costituisce il segno che finalmente si sta per imboccare la strada giusta per portare a soluzione problemi di grande interesse nella strategia complessiva della lotta alla criminalità organizzata. Finora - secondo un costume purtroppo tipico del nostro Paese - il fenomeno del pentitismo, specie nell’ambito della criminalità organizzata non caratterizzata politicamente, è stato vissuto in modo troppo emozionale e concitato; e le polemiche, sterili e spesso ingiustificate, hanno creato un clima certamente non favorevole per un dibattito approfondito - e soprattutto sereno. Cercherò in questo mio breve intervento di ispirarmi a criteri di assoluta obiettività, i soli dai quali possono scaturire adeguate e ponderate soluzioni, esponendo soltanto i risultati di riflessioni maturate nel corso di una lunga e difficile esperienza giudiziaria, e cercando di sfrondarli da ogni considerazione meramente soggettiva.

venerdì 6 gennaio 2012

[Giovanni Falcone Dossier] Falcone: l'inefficenza dello Stato ostacola la lotta alla mafia


                   di Giovanni Falcone


         dal sito Antimafia Duemila





La commozione e lo sdegno per l’efferata uccisione di Libero Grassi si rinnovano e si esaltano leggendo questo “Libro Bianco” alla cui realizzazione egli aveva apportato il suo contributo appassionato.
Era stato giustamente definito, il Grassi, come un “imprenditore che non ha avuto paura”, ma è sconfortante dover constatare che solo il suo sacrificio ha imposto all’attenzione di tutti, oltre alla grandezza del suo impegno civile, la gravità di una situazione da cui alla fine egli è stato travolto. Non si tratta di fare il solito richiamo letterario alla beatitudine dei Paesi che non hanno bisogno di eroi, ma, piuttosto, di dover prendere tristemente atto che ancora né le istituzioni né la società si sono rese conto fino in fondo della gravità crescente del fenomeno della criminalità organizzata e della sua potenzialità destabilizzante. Se occorreva la morte di Libero Grassi perché si rinnovasse, nella società e nello Stato, una parvenza di reazione alla mafia, peraltro non del tutto scevra da contingenti calcoli di lotta politica, non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile.
Si vuole affermare che questo stato di cose è la diretta conseguenza del perverso intreccio tra politica e mafia, che rende timida ed incerta l’azione repressiva dello Stato, ma tale assunto, pur avendo un fondamento di verità, è riduttivo e rischia perfino di banalizzare questioni di particolare complessità e gravità. E così, mentre la risposta istituzionale è ancora largamente insufficiente, la società civile continua ad avere una visione oleografica e distorta del fenomeno mafioso, identificandolo con qualsiasi fenomeno di criminalità organizzata o, peggio, ritenendolo appannaggio esclusivo delle popolazioni meridionali, accomunate in un giudizio complessivo largamente nagativo (si ricordi quel recente sondaggio secondo cui oltre il 75% degli italiani ritiene che la Sicilia sia la vergogna dell’Italia).

[Giovanni Falcone Dossier] Cosa nostra non ha mai accettato rapporti di subalternita'


di Giovanni Falcone


dal sito Antimafia Duemila









[…] Vorrei iniziare proprio con quanto si legge nella relazione finale della commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino, […][dell’]ormai lontano 1875-76: “La mafia non è un’associazione che abbia forme stabilite ed organismi speciali, non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti se non i più forti e i più abili. Ma è piuttosto lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male”. Si legge ancora che “questa forma criminosa non sarebbe specialissima della Sicilia, tuttavia esercita, sopra tutte le varietà di reati, una grande influenza imprimendo a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori. Si rileva, inoltre, che i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione. E che già sotto il governo di re Ferdinando la mafia si era infiltrata, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì”. Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la sua gravità. Infatti, si legge ancora in quella relazione: “Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia ascendevano a 22 battaglioni e mezzo tra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e 4 plotoni di bersaglieri oltre ai carabinieri in numero di 3.120. Pareva di trovarsi in mezzo ad una fazione di guerra guerreggiata o in un paese sottoposto all’occupazione straniera. Eppure (come i tempi sono cambiati!) tranne qualche timida aspirazione

[Giovanni Falcone Dossier] Ibridi connubi tra mafia, poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato

                                       
                                          di Giovanni Falcone

                                dal sito Antimafia Duemila




Come ebbe a ricordare l’egregio collega Scotti, in un recente incontro di studio, Jhering così scrisse in un suo notissimo libro: “Un giorno i giuristi torneranno ad occuparsi del diritto premiale e lo faranno quando, spinti dalle necessità pragmatiche, riusciranno a riportare la materia premiale nel diritto, cioè al di fuori della mera facoltà e dell’arbitrio, costringendole in regole ben precise non tanto nell’interesse dell’aspirante a un premio ma nell’interesse superiore della collettività”. Bene, questo convegno sulla legislazione premiale - il cui valore scientifico è documentato dall’altissima qualità delle relazioni - sembra proprio avverare la profezia di Jhering e costituisce il segno che finalmente si sta per imboccare la strada giusta per portare a soluzione problemi di grande interesse nella strategia complessiva della lotta alla criminalità organizzata. Finora - secondo un costume purtroppo tipico del nostro Paese - il fenomeno del pentitismo, specie nell’ambito della criminalità organizzata non caratterizzata politicamente, è stato vissuto in modo troppo emozionale e concitato; e le polemiche, sterili e spesso ingiustificate, hanno creato un clima certamente non favorevole per un dibattito approfondito - e soprattutto sereno. Cercherò in questo mio breve intervento di ispirarmi a criteri di assoluta obiettività, i soli dai quali possono scaturire adeguate e ponderate soluzioni, esponendo soltanto i risultati di riflessioni maturate nel corso di una lunga e difficile esperienza giudiziaria, e cercando di sfrondarli da ogni considerazione meramente soggettiva.
Per lunghi anni abbiamo tollerato quasi con indifferenza che la criminalità organizzata raggiungesse in Italia livelli assolutamente intollerabili per qualsiasi convivenza civile sino a costituire un gravissimo pericolo per la stessa stabilità delle istituzioni democratiche.

mercoledì 4 gennaio 2012

[Giovanni Falcone Dossier] Pentiti, cardine fondamentale del processo accusatorio


             di Giovanni Falcone

   dal sito Antimafia Duemila






Nel 1980, partecipando ad un incontro di studio tra magistrati, potei notare che anche fra i colleghi era diffusa la convinzione che i “pentiti>, a differenza di quanto era accaduto per il terrorismo, non sarebbero stati strumento efficace di lotta al crimine organizzato. Era comune opinione, infatti, che un mafioso che parla “o è pazzo o è morto”, con ciò intendendosi dire che, qualora la mafia non avesse ritenuto di intervenire, subito e radicalmente, eliminando chi avesse violato la “legge del silenzio”, l’incauto collaboratore sarebbe stato neutralizzato in sede giudiziaria venendo dichiarato insano di mente e, quindi, del tutto inattendibile. Purtroppo, erano già avvenuti allora casi eclatanti di collaborazione di mafiosi, i quali avevano ottenuto l’unico risultato di essere dichiarati seminfermi di mente e condannati per i delitti che avevano confessato. Ma non mi sembrava coretto, in una materia tanto delicata, abbandonarsi a superficiali generalizzazioni e alle solite idee preconcette e folcloristiche sulla mafia. Gli anni successivi all’80 si sono dati carico di smentire tali convinzioni, ma la magistratura e le forze di polizia, prive di specifiche esperienze, non sono state in grado, a mio avviso, di affrontare in maniera adeguata il fenomeno del pentitismo, che si è rivelato di proporzioni molto più ampie di quanto si potesse nemmeno lontanamente immaginare. I risultati non potevano che essere complessivamente deludenti e talora autenticamente drammatici; in ogni caso, hanno gravemente offuscato l’immagine della giustizia penale. Il resto è stato compiuto dalla spietatezza delle organizzazioni criminali, che hanno annegato in un bagno di sangue ogni velleità di potenziali ulteriori collaboratori. E questo è il quadro attuale, in un momento in cui le difficoltà applicative del nuovo processo penale si coniugano con una ripresa particolarmente virulenta delle manifestazioni più allarmanti della criminalità organizzata;

[Giovanni Falcone Dossier] Impegno costante nella lotta alla mafia


                di Giovanni Falcone

      dal sito Antimafia Duemila






Dottor Falcone, la mia parte è scomoda anche perché, nonostante non sia proprio la mia vocazione, io sono tuttavia tenuto a fare delle domande fatalmente un po' sommarie, e mi scusi se le provocazioni sono al limite della slealtà tanto semplificano le questioni. Dove sono, se ci sono, e perché non traspaiono, o se traspaiono, perché vengono subito avvolte nella nebbia le prove delle collusioni della politica con il fenomeno della criminalità organizzata?

Io credo che la risposta a questa domanda sia emersa, o stia emergendo già da quello che è stato detto finora. […][Da] Nando dalla Chiesa, il quale ha puntualizzato molto opportunamente che solo dal punto di vista politico la nebbia non c'è, e poi subito dopo da quello che ha detto proprio adesso il presidente Chiaromonte, le cui affermazioni io sottoscrivo pienamente, dal mio punto di vista, che è il punto di vista del tecnico e non del politico. Ma la risposta è soprattutto negli atti della Commissione Parlamentare Antimafia, di questa Commissione Parlamentare Antimafia che, proprio recentemente, nel giugno di quest'anno, ha pubblicato una relazione di maggioranza e una relazione di minoranza. Una relazione di minoranza in cui sono affermate cose veramente gravi, ma che sono passate pressoché in maniera indolore, forse perché non c'era l'omicidio eccellente di turno, forse perché in quel periodo si era distratti da altri impegni politici. Ed è proprio questo quello che noi tecnici, noi che giornalmente ci confrontiamo operativamente con questi problemi, lamentiamo.